26 novembre 2018 | 

Il fenomeno delle fake news sta diventando sempre più oggetto non solo di un acceso dibattito sociale e politico ma anche di quello legislativo, e le principali notizie di cronaca lo confermano. Dibattiti quali quelli su vaccini nelle scuole e sui suoi possibili effetti collaterali, sulla dilagante disinformazione online, sull’“inquinamento mediatico” delle elezioni presidenziali statunitensi da parte di bot russi e di numerosissimi tweet del candidato e attuale presidente Donald J. Trump, che sembrerebbero essere stati in grado di determinare o quantomeno influenzare l’esito del voto, sul sorprendente risultato del referendum in Gran Bretagna, che ha deciso di lasciare l’Unione Europea, sono ormai al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e diventano molto spesso strumenti di manipolazione da parte di partiti politici che approfittano dei social network per acquisire consensi.

Affrontare il problema delle fake newse della disinformazione online di certo non è questione facile.

In primo luogo, perché è possibile inquadrare la materia solo seguendo un approccio multidisciplinare (tecnologico, politico, sociologico, giuridico e giornalistico).

In secondo luogo, perché la materia appare polùtropos e dai contorni molto sfumati, poiché i termini rinviano a definizioni non concettualmente perimetrabili e passibili di molteplici sfumature.

In terzo luogo, perché l’argomento è molto spesso politicizzato, mirante esclusivamente a screditare l’avversario politico.

Quali risposte, allora? Il mondo politico, a livello europeo e nazionale, non sembra aver dato soluzioni soddisfacenti, salvo alcuni sporadici casi come la Germania e la Malesia che hanno emanato una apposita legge in materia.

In Italia sono stati molteplici i tentativi, sia nella XVII che nella XVIII Legislatura, finalizzati ad arginare a colpi di Disegni di Legge la dilagante disinformazione online, ritenendola questione di estrema urgenza e di pericolo per uno Stato liberal-democratico.

L’ultimo tentativo risale ad un mese fa, precisamente del 4 ottobre 2018, con la proposta di istituzione di una Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle notizie false e della disinformazione online, firmata da cinquantanove Senatori della Repubblica Italiana.

La Commissione, se da un lato rileva la minaccia di messaggi tendenziosi e di notizie false, dall’altro ha l’obiettivo di trasporre, a livello nazionale, tutte quelle misure messe già in campo nel panorama delle Istituzioni Europee, come ad esempio un codice di buone pratiche sul tema della disinformazione; una rete europea indipendente di verificatori di fatti; una piattaforma online europea sicura sulla disinformazione che supporti la rete dei verificatori di fatti e di ricercatori del mondo accademico raccogliendo e analizzando dati a livello transfrontaliero, nonché dando loro accesso a dati riguardanti l’intera Unione Europea; la promozione dell’alfabetizzazione mediatica; il sostegno agli Stati membri nel garantire processi elettorali solidi contro minacce informatiche sempre più complesse, fra cui la disinformazione online e gli attacchi informatici; la promozione di sistemi di identificazione online volontari; il sostegno all’informazione diversificata e di qualità.

La proposta d’intervento del Legislatore è poco ragionevole, perché si correrebbe il rischio di invadere e ledere il campo della libertà di espressione e delle fondamenta di uno Stato liberal-democratico. Si badi bene. Con questo non si sta affermando che debba essere bandita ogni forma di intervento pubblico. Ciò che dovrebbe essere assolutamente evitato è la costituzione o l’applicazione di un’Autorità Pubblica della Verità che, oltre a ricordare tempi non così beati, si rivelerebbe una risposta del tutto inefficace alle caratteristiche delle fake newse della disinformazione online in contesti come internet.

In altri termini, bisogna riconoscere che è necessario (ma non sufficiente) l’estensione del quadro normativo applicato per il mondo “reale” – senza se e senza ma – al mondo virtuale. Non è possibile infatti immaginare il webo qualsiasi supporto tecnologico, sebbene con caratteristiche e elementi del tutto diversi, come cosa estranea rispetto alle stringenti regolamentazioni che disciplinano gli old media.

Ciononostante, occorre ribadire con forza l’inaccettabilità della creazione e/o applicazione di nuove fattispecie penali, come numerosi Disegni di Legge della precedente Legislatura intendevano fare. Non si può parlare di “reato di fake news”.

Se dunque il solo intervento del Legislatore (nazionale o internazionale) sarà poco risolutivo, per tentare di risolvere il problema più che guardare all’orizzonte attraverso approcci repressivi è fondamentale partire da ciò che l’occhio può scrutare, seguendo un approccio preventivo: partire dunque da un maggiore coinvolgimento delle piattaforme online, anche con l’ausilio di machine intelligence, (ad oggi ancora escluse dal paradigma di responsabilità per i contenuti immessi dai terzi); procedere con meccanismi di segnalazione e di allerta per le notizie false rinvenute sui social network; incrementare lo strumento della replica e della rettifica alle informazioni false; imporre obblighi di identificazione degli utenti sui social network per permettere, qualora vi siano gli estremi penali, di poter individuare facilmente il responsabile; favorire una cultura all’educazione digitale e permettere la diffusione di una coscienza critica di ciò che si vede e si diffonde in rete; concepire internet come un “nuovo ecosistema mediatico e al pari dell’ecosistema in senso biologico, è una unità fondamentale della odierna società democratica i cui elementi costitutivi – gli individui, il messaggio e il mezzo di comunicazione – si intrecciano costantemente dando vita ad una ininterrotta “circolazione delle idee e a “flussi di informazione”.

 

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